Katia Figini, regina italiana del trail running, si sta dedicando al progetto “Run For Women”: 5 gare, in 5 deserti, in 5 continenti. Un’ IMPRESA che solo una Wonder Woman può affrontare…
Nome: Katia Figini
Vive a: Tortona
Professione: insegna a correre nei deserti, allena (anche a dimagrire). Ha la rappresentanza italiana di molti deserti nel mondo.
Web: xcorsi.eu, katiafigini.it
Passione: correre nei deserti o su sterrati. “Con un perché: Run For Women!”.
Sport praticati: nuoto, karaté (agonistico).
Scarpe: Inov8 (n. 36 e mezzo, 38 nei deserti).
Peso: 49 kg
Altezza: 1.60 m
Allenatore: Checco Galanzino
Organizzazione Racing The Planet
Mental Coach: Luca Taverna
(lucamentalcoach.com)
Progetti: “Run For Women”
Fondiaria SAI per Women To Be
5 deserti in 5 Continenti entro un anno.
Corre come un angelo nella polvere dei deserti. Una specie di folletto con le scarpe da running che, nonostante il fisico minuto, ha la forza del vento. Dell’ultimo cancello da superare per vincere questi durissimi Mondiali nei deserti. Cinque. E di fila. In una sola stagione. Li vuole conquistare tutti per una causa. Vuole essere la prima donna a farlo. Tre li ha già messi nella borraccia (e nelle gambe).
Ottobre scorso: Sahara (prima donna e quinta assoluta, 250 km in autosufficienza).
Novembre: Oman (170 km con 700 m di dislivello positivo).
Marzo: Atacama, in Cile (230 km, 8 tappe in 25h57’9’’).
Poi: Blue Mountains (Australia, 100 km No Stop) e No stop North Face (Colorado, 160 km in 4 tappe in autosufficienza) le altre gare che l’aspettano per correre nei Cinque Continenti. Che lei guarda, a distanza.
Li annusa dalle colline del tortonese, dove si è rifugiata dopo aver lasciato Milano. Dopo aver iniziato ad accarezzare il suo sogno su un tapis roulant, in una delle tante palestre milanesi, adesso l’indoor lo conosce solo per dormire. E quando si sveglia, corre. Allenandosi in “trail”. È una da sterrati. L’asfalto non la riguarda.
Katia Figini non è un fenomeno della natura. È la natura. È la volontà di fare qualcosa di vero. E il suo qualcosa di vero si chiama “Run For Women”. Finanziato dalla Fondiaria SAI, dopo un incontro magico con Giulia Ligresti, il progetto di Katia è partito e punta lontano. Corre per denunciare la violenza sulle donne. Da un continente all’altro lei corre e pesta con le sue scarpe tante realtà e un pericoloso, agghiacciante trade union: la condizione femminile che non è sempre un quadretto, uno scorcio nel rispetto delle regole, della morale (si pensi a infibulazione, sfruttamento sul lavoro, violenza morale e fisica, prostituzione).
Sono quegli occhi pieni di forza e di paura che Katia incontra, sovente nelle sue soste desertiche. Sono occhi di donne che lavorano e sopportano. Qualche volta si ribellano. Anche solo aspettando lei, che corre nel deserto. La guardano stupite, ma basta un gesto, uno sguardo per capire che Katia è una di loro. E che la partita, il deserto, il mondiale, si può vincere.
“Faccio sport da quando avevo 6 anni – ci racconta Katia – 12 anni di nuoto e vari titoli di karaté mi hanno formato una mentalità sportiva. Nel senso che senza lo sport non riuscirei a vivere. Ma la corsa è stata una scoperta diversa. Una liberazione. Ha significato il cambiamento della vita. Era tutto ok, avevo un bel lavoro, tutto funzionava, a Milano, ma per fortuna mi resi conto che quella vita mi stava esaurendo dentro. Mi licenziai. I miei colleghi mi regalarono un cardio… Avevo iniziato da un po’ a correre la mattina presto, anche alle 6, appena apriva la palestra, correvo su un tapis. Mi prendevano per una un po’ strana…”.

La Stramilano non competitiva in 52 minuti, allungando di corsa fino a casa. Il servizio su una maratona nei deserti da sfogliare su una rivista patinata come un sogno, e poi: “Compongo un numero di telefono e incontro Checco Galanzino. Lui è il referente italiano delle gare di Racing the Planet, un’organizzazione italiana che fa queste corse nei deserti. Ci diamo un appuntamento per una corsa. Ci troviamo davanti a una palestra per correre. Tutti uomini, però. Mi dico: adesso mi staccano, pronti via, mi lasciano lì. Invece resisto. In salita me la cavo. Sto al passo. Checco si gira un attimo e sembra compiaciuto. È il mio primo allenamento nel Tortonese, in gruppo e all’aria aperta. Nessun tapis… Supero il test e lui mi propone subito di partire con lui per l’Oman, per il Raid del Sahara”. Detto fatto. “Ci vado dopo un trail massacrante a Caldirola, nel corso del quale mi rompo anche un tendine… Ma supero le prove, mi curo e parto con Checco, ‘Fra’ per me, che diventa il mio compagno di vita”.
Quel deserto, il primo, Katia lo vince. “È la più bella soddisfazione della mia vita. Ho corso per 120 km arrostendo ai 48° e 80% di umidità. Per inesperienza mi bagnavo le scarpe e quindi, passo dopo passo, i miei piedi erano diventati una vescica unica. Ho tenuto duro. Per me l’importante era arrivare. Non ho mai pensato di ritirarmi, non è una situazione presente nella mia mente…(anche se so che può capitare). Sono arrivata prima”. Namibia, Bulgaria, Mali poi il Progetto per dare un senso a tutto questo… “Quando passi ai check point e ti senti chiamare madame madame come un tamburo che risuona, sono voci di donne sorprese di vederne una come loro correre, quella sì che è un’emozione unica… Correndo ho toccato con mano la violenza nel mondo. Ecco perché è arrivato il mio Progetto: per denunciare e per dimostrare la consapevolezza che ce la puoi fare a superare limiti apparentemente impossibili”. Madame corre. E anche sulla sabbia i passi si sentono. Per cento chilometri e cinque continenti.
Luca Taverna è il mental coach di Katia Figini. Katia lo ha incontrato proprio all’inizio della sua passione per il deserto. Luca ha come “claim” una frase: immagina fino a dove puoi arrivare. Tortonese, classe ’78, da sempre ha lo sport nel sangue. Basket, pugilato, rugby… Tutte le sue passioni passano dal sudore e dal piacere di allenarsi o allenare. Ma, come dice lui, nello sport e nella vita, è tutta una questione di testa.

“Corpo, mente ed emozioni sono parti indissolubilmente legate: è per questo che non basta più allenare solo il fisico e la tecnica per raggiungere il vero benessere personale e l’eccellenza” spiega Luca. “Anche la mente e le emozioni vogliono la loro parte di allenamento! Queste possono agire come un vero catalizzatore e acceleratore di risultati oppure essere il più drastico dei freni: il trucco è saperle usare a nostro vantaggio!”.
Perché è importante il mental coach? “Per sbloccare e liberare dai lacci che ci tengono inchiodati piedi e gambe al posto di spiccare il volo con le nostre ali. Per trovare l’energia che ci fa raggiungere gli obiettivi. Per utilizzare numerose potenzialità che non sapevamo nemmeno di avere… Per citare una frase di Ford: che tu pensi di farcela o pensi di non farcela avrai comunque ragione. Perché no? Il lavoro del mental coach è estremamente pratico e si basa sui risultati. Sappiamo bene che nello sport non conta l’intenzione o la filosofia, conta il risultato. Il mental coach è un acceleratore di risultati. Con il cuore e con la mente”.
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